CANTINA FRATELLI PARDI. IL SAGRANTINO CHE VIENE DA LONTANO

Lontano nel tempo, lontano nella storia, il Sagrantino di Montefalco risuona oggi grazie alla famiglia Pardi. Visitare l’azienda e ascoltarne le vicende regala questa piacevole sensazione, quella che solo le storie famigliari sanno restituire.

Famiglia Pardi

Siamo in Umbria e la città di Montefalco non è nuova al vino, ben prima della civiltà romanica era florida in fatto di viticoltura. È l’anno 1919 quando nasce la cantina ad opera dei fratelli Alfredo, Francesco e Alberto Pardi, al piano terra dell’Ospedale San Marco che apparteneva al complesso di San Francesco a Montefalco. Nessuna famiglia blasonata, nessun logo, solo duro lavoro e la volontà di coltivare uva buona e produrre vino buono. In realtà all’epoca le uve della produzione erano solo una parte di proprietà, il resto veniva acquistato dai coltivatori circostanti. Le bottiglie venivano consegnate nel territorio umbro e talvolta arrivavano fino al Vaticano. Probabilmente i vini piacevano, visto che nel 2002 la tradizione riceve un’ulteriore spinta. Dopo il salto di una generazione, che abbandona il vino per i tessili ma tenendo sempre il fuoco acceso sotto la cenere, sono i pronipoti dei fondatori, Francesco, Gianluca Rio e Alberto Mario che con l’aiuto dei genitori Agostino e Alberto ristrutturano lo stabile a Montefalco per dare nuovo slancio all’azienda dei bisnonni.

Il Sagrantino era solo passito

Per chi non è a conoscenza, il Sagrantino di Montefalco in passato era solo in versione passito, e come tale si meritava anche parecchi premi, perché era molto apprezzato. Aveva intorno un’aura di misticismo popolare, i grappoli appassivano sui graticci per tre mesi durante l’inverno, l’invecchiamento durava due anni. Poi veniva messo in bottiglioni di 5 e 10 litri e portava con sé al collo la targhetta, legata con un cordoncino, che riportava i dati del vino.  La consegna dei vini veniva fatta con damigiane che erano trasportate dalla “cacciatora”, un carro lungo e stretto, trainato dai cavalli lungo le strade sterrate. Per i trasporti più grossi si ricorreva a barili da 54 fino a 140 litri, caricati su camion.

Le abitudini sono cambiate e soprattutto il Sagrantino, dopo alterne vicende, ha riscattato il suo nome e oggi porta sulle tavole un vino profondamente tradizionale che non tradisce la sua storia, perché tale deve rimanere. Tuttavia, con uno sguardo al presente, il vino si adatta anche a dei gusti meno legati ai rossi profondi, carnosi e potenti, rivolgendosi a una certa agilità che si dimostra in tannini sempre vibranti e di carattere e soprattutto alla ricerca di una bevibilità oggi e non fra dieci anni.

L’azienda oggi e i vini

Se oggi andate a visitare l’azienda, incontrate i fratelli Gianluca Rio e Alberto Mario che portano avanti la produzione con un entusiasmo vivo, autentico, genuino, come i loro vini. Partecipando direttamente al lavoro in vigna e in cantina. Pionieri, sperimentatori, avanguardisti, oggi grazie all’enologo Giovanni Dubini, si produce un Sagrantino che potremmo definire moderno. Eravamo abituati a un vino ricchissimo di tannino e colore, che necessitava di lungi invecchiamenti per essere apprezzabile. Un tempo questo era il gusto e non si discuteva. Oggi si deve parlare una lingua diversa ma sempre nel solco di un sapere irripetibile e assolutamente da conservare.

Alberto Pardi

In linea con standard gustativi che seguono alcuni fondamentali oggi impossibile da ignorare, tra le proposte troviamo un vino Spumante Brut, metodo Charmat, Clorinda sull’etichetta, caratterizzato da nota citrica, note floreali delicate e bollicina persistente. Per i fermi il Montefalco Grechetto 2025 che fa solo acciaio e offre sentori raffinati vegetali, naso intenso, sorso tagliente e sapido. Spoleto, Trebbiano Spoletino, 2025, ha il naso fresco di macchia mediterranea, note mentolate, fiori, in bocca acidità sferzante, agrume, finale di sorso gentile. Spoletino, Trebbiano Spoletino, 2024 che deriva da una selezione di uve e regala sensazioni sulfuree grazie alla breve macerazione sui lieviti ma senza batonnage per mantenere freschezza e non cedere all’estrazione. Rivela una nota amaricante, sorso strutturato e profondamente sapido.

Il Montefalco Rosso 2023 (Sangiovese, Sagrantino, Merlot e Cabernet) ha un anno di legno e mantiene le sue caratteristiche, esprimendo tanto frutto fresco, lieve spezia dolce, sorso agile e piacevole. Montefalco Rosso Riserva 2022, 70% Sangiovese, 20% Sagrantino e 10% Montepulciano, 18 mesi di botte di rovere e poi acciaio. Subentra un vino profondo, dalle note scure, tannino graffiante, struttura. Sagrantino di Montefalco Docg 2022, viene fatto con le uve di tre diversi vigneti, ed è un tripudio di frutto rosso scuro, il tannino ha una spinta eccezionale, di grande carattere e tensione. Un vino pronto, con gradazione che supera i 15 gradi ma non percepibili. Ottimo assaggio.

Un’ulteriore selezione viene fatta per Sacrantino, da vigneti su terreni sabbiosi, 24 mesi di botte e 12 mesi di acciaio. Al naso molto sapido, balsamico, le note sono di arbusto, ginepro, erbe officinali, sottobosco, humus, in bocca rimane teso e sapido, ampio.

 

La versione passito che assaggiamo è del 2020, al naso un nettare, miele, canditi, fichi secchi, poi sensazioni erbacee e vegetali molto lievi ma presenti.

Brevi conclusioni

L’azienda e la famiglia sono un nucleo compatto, si respira del benessere dato dalla coesione verso obiettivi condivisi. Il vino è frutto di esperienza, un sapere che non necessita ostentazione, tutti hanno un ruolo ben definito e le scelte vengono messe in discussione in un’ottica di crescita e di definizione della tradizione in una cornice che inevitabilmente si deve in parte adeguare. “Noi cerchiamo di produrre un vino elegante e bevibile da subito – afferma Albertino Pardi – tentando di superare così il difficile l’impatto iniziale, mantenendo la tipicità ed il carattere sia del vitigno che dell’annata”. Le radici sono forti, solide, le basi concrete, ignare delle mode momentanee, perché la storia non va tradita per dogmi passeggeri, ma sostenuta e consolidata per dettare nuovi percorsi e non facili vie destinate a sfiorire.

La mappa

 

Susanna Schivardi
Filologa non pentita, ho trascorso anni a studiare testi classici prima di laurearmi in lettere antiche. Lettrice instancabile e amante di tutto ciò che è bello e buono, ho deciso di seguire un’altra passione: l’enogastronomia. Dopo una giovinezza tra bottiglie importanti e ottima cucina, ho scelto di trasformare quell’interesse in un percorso professionale. Scrivo da quando avevo vent’anni, spaziando tra arte, costume, politica e cultura, e nel 2024 sono diventata giornalista professionista. Da buona filologa, non smetto mai di approfondire: oggi frequento il corso per sommelier FIS a Roma e continuo a viaggiare per l’Italia alla ricerca di cantine con storie da raccontare e chef capaci di innovare con gusto. Racconto vino e cibo con curiosità e passione, per chi li ama e per chi vuole scoprirli meglio. Evito volentieri i tecnicismi, convinta che la semplicità sia il cuore della comunicazione. Il mio motto? Parlare meno, bere e assaggiare di più.

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