PODERI GIANNI GAGLIARDO, eleganza e finezza del Barolo

Prima della degustazione dei vini di Poderi Gianni Gagliardo, una breve panoramica su che cosa significa fare Barolo in Piemonte.

Parliamo di Barolo, parliamo di Piemonte. Una delle aree vitivinicole più rinomate al mondo, che anche i francesi ci invidiano e ci ammirano. Un posto dove le tradizioni sono ancorate ai personaggi che le promuovono, le famiglie che qui abitano e che da sempre sono legate al territorio. Qui nessuna grande multinazionale è stata in grado di fare breccia, nessuno da fuori ha comprato, da sempre i piccoli lotti e le microparcelle sono considerate un patrimonio insostituibile. Da quando c’erano i Savoia, e poi con Napoleone e infine con la lungimiranza di persone come Cavour, Giulia Colbert Falletti di Barolo e l’enologo Louis Oudart, questa terra ha visto una continua crescita e mutazione, i terreni sono diventati merce di scambio e da lì la viticoltura ha intrapreso un passo diverso con investimenti importanti in termini di studio e applicazione. La crisi della metà del novecento ha quasi portato all’estinzione di alcune realtà vinicole, si doveva sopravvivere alla guerra. Poi la svolta con Ferrero, grande genio di quella che è stata la rinascita di terre e agricoltori. La viticoltura si è limata, impreziosita, si studiano i terreni, nascono le Mga, menzioni geografiche aggiuntive, tra il 1990 e il 2010 e si parcellizza quello che appare come enorme ma è in realtà una manciata di ettari intorno a Barolo, con i suoi 11 comuni tutti stesi a lambire il Tanaro e comprendendo due aree geologiche fondamentali, il Tortoniano (La Morra, Barolo) e l’Elveziano (Serralunga, Monforte e Castiglione).

Panorama dalla terrazza di la Morra

Ogni zona comprende pochi ettari su cui poggiano le viti diversi produttori, e oltre alle menzioni aggiuntive sono ammesse anche le indicazioni di vigne particolarmente vocate. Il vino si specializza, si fa simbolo di una scelta meticolosa, attenta, non solo del filare, ma del grappolo e dell’acino e di assaggi in cantina che ne determinano una grandezza eterna.

Avere la vigna è sempre stato un modo per confermare un solidissimo legame col territorio, si teneva più al vino che alla famiglia e la figura del vignaiolo ha sempre avuto la meglio sull’enologo. Il vignaiolo è l’enologo dell’azienda, si guarda più alla parte agronomica che a quella in cantina, dove devono arrivare uve perfette. E bando agli strumenti, in campo l’uva si assaggia, si ascolta, si interpreta per capire se è arrivata alla perfetta maturazione, e per il Nebbiolo questa sensibilità è fondamentale perché ha un tannino difficile, che se sfugge, non si riprende più.

Con Stefano Gagliardo abbiamo conosciuto l’azienda omonima, situata a La Morra, uno dei comuni della denominazione Barolo. Una storia che prende il via nel lontano 1847, con la famiglia Colla che si era già spostata in zona di rossi e nel 1961 Paolo Colla arriva a la Morra. Nel 1972 Gianni Gagliardo sposa l’unica figlia di Paolo e si dedica alla viticoltura e la veste professionale dell’azienda inizia nel 1974. Con gli anni duemila i tre fratelli Stefano, Alberto e Paolo iniziano la conduzione, ciascuno nel proprio settore. I vigneti sono tra Langa e Roero (più a nord) e comprendono tra i migliori Cru di Barolo, Lazzarito, Castelletto, Monvigliero, Mosconi e Fossati.

Cru Serra dei Turchi – Poderi Gianni Gagliardo

Ma è Serra dei Turchi il Cru dove batte il cuore di Stefano e dove da piccolo, aveva 5 anni, andava col nonno per imparare i segreti dell’uva. Fu quello il  momento decisivo per la sua vita, scelse lì che cosa sarebbe diventato da grande. La selezione qui si fa maniacale, acino per acino, dai grappoli più spargoli, con affinamento in botticelle da 228 litri e di settimo passaggio.

Cru Lazzarito – Poderi Gianni Gagliardo

La vinificazione di Poderi Gagliardo è tutta tesa alla sottrazione e all’eleganza e in questa ottica all’utilizzo di tonneau stravecchi, comprati usati e testati meticolosamente con altro vino che non sia dei Cru, per assaggiarne il risultato. Laddove il legno cede troppo, si elimina e si rivende. La pulizia del vino, il tannino setoso, l’eleganza, la raffinatezza del sorso, la bellezza del colore fanno dei Barolo di Gagliardo un vero faro di qualità per la denominazione.

La degustazione

Una prima batteria di 2021, Barolo Monvigliero, Barolo Fossati, Barolo Castelletto, Barolo Mosconi e Barolo Lazzarito Vigna Preve. Dal nord, dove si trova il comune di Verduno si scende, per Monforte d’Alba fino a Serralunga, dove davvero il Nebbiolo si esprime in tutta la sua complessità. Il terreno inizia a essere gessoso a Verduno, e il vino si dimostra meno potente, con sentori di cosmesi, note di fiori, cenni di arancia e china (marcatori del Barolo). Il tannino è soffice, impalpabile, fragrante. Con Fossati la terra si fa più ricca di ferro, argille scure. iIl sorso si tinge di note appassite, fiori secchi, prugna, confettura. L’acidità è spiccata, il tannino setoso e un gusto sapido. A Castelletto siamo con esposizione a est in una vallata stretta ricca di bosco, la terra è bianca e calcarea, ricca di fossili marini, e il vino è austero, fiori e spezie si fondono, la fragranza del sorso è pungente, crescono arancia e china. Un vino molto gustoso. Il tannino è potente ma perfetto, un monolite. A Mosconi passiamo a una terra calcarea, marna bianca, e il quadro si completa. La forza del vino cresce, al naso è caldo, le note sono mature, la china pungente, e aumenta la sapidità. Lazzarito è un Cru magnifico, tutto a est, con un terreno fatto di un primo strato di 60 cm dove vivono le radici e poi un blocco di arenaria, con stratificazioni di marne di Sant’Agata (marna blu tipica di qui), calcare di Lequio e sabbie. Un luogo unico al mondo per la sua conformazione geologica. Il vino racchiude macchia mediterranea, salvia, timo, muschio, fogliame, funghi. Piacevolezza dirompente al gusto, una quantità enorme di tannino che viene dominata alla perfezione.

A seguire il Lazzarito 2014, ottima annata per il Barolo, si mantengono intatte le note di china, arancia sanguinella, l’acidità non cede al tempo, un sorso lungo e appagante. Un vino che si può dimenticare in cantina e non cambia.

Cru Lazzarito Vigna Preve

 

Per terminare un assaggio di Favorita Fallegro 2023, in bottiglia da 5 litri. La Favorita è di fatto un Vermentino lontano dal mare, arrivato attraverso la Liguria. Riscoperta dal papà di Stefano, fa parte di quei bianchi che hanno dato lustro alla tradizione bianchista del Piemonte, quando esplosero negli anni ’70 con Vietti, Giacosa e Nigro, tanto che anche Gagliardo volle mettersi sul mercato con un prodotto concorrenziale. Andò a trovarsi i grappoli rari e dimenticati di Favorita, ha poi registrato i cloni e ottenuto le autorizzazioni per gli impianti. Questo vino sta sulle fecce fini per sei mesi, vede solo acciaio, ma è previsto anche 10% di Favorita dell’annata precedente, quindi una piccola quantità che ha fatto sosta sulle fecce per 18 mesi. Il risultato è sintesi di fragranza e struttura, un’esplosione floreale intensa, la pera succosa, agrume candito, nota burrosa.

Favorita Fallegro

Susanna Schivardi
Filologa non pentita, ho trascorso anni a studiare testi classici prima di laurearmi in lettere antiche. Lettrice instancabile e amante di tutto ciò che è bello e buono, ho deciso di seguire un’altra passione: l’enogastronomia. Dopo una giovinezza tra bottiglie importanti e ottima cucina, ho scelto di trasformare quell’interesse in un percorso professionale. Scrivo da quando avevo vent’anni, spaziando tra arte, costume, politica e cultura, e nel 2024 sono diventata giornalista professionista. Da buona filologa, non smetto mai di approfondire: oggi frequento il corso per sommelier FIS a Roma e continuo a viaggiare per l’Italia alla ricerca di cantine con storie da raccontare e chef capaci di innovare con gusto. Racconto vino e cibo con curiosità e passione, per chi li ama e per chi vuole scoprirli meglio. Evito volentieri i tecnicismi, convinta che la semplicità sia il cuore della comunicazione. Il mio motto? Parlare meno, bere e assaggiare di più.

Articoli Correlati