Life of Wine, il vino si racconta attraverso le annate

Dalla vendemmia 1990 fino ai giorni nostri con la XIV edizione di Life of Wine. 

150 vecchie annate e 200 vini, domenica 30 novembre a Roma nella magnifica cornice dell’Hotel Villa Pamphilj, ideato da Studio Umami e Roberta Perna Comunicazione Enogastronomica, con la collaborazione di Maurizio Valeriani (Vinodabere), Life of Wine ha riunito quest’anno 40 aziende italiane selezionate per raccontare concretamente come un vino cambia, si trasforma e si arricchisce attraverso le diverse vendemmie.

Un appuntamento sempre molto atteso, perché i produttori portano le loro etichette in varie annate, per dimostrare come i vini possano esprimersi con grande longevità, e cambiare in base ai fattori climatici che caratterizzano ogni vendemmia. Un viaggio attraverso il tempo grazie a un calice.

Aziende più o meno piccole e con produzioni che variano così come gli ettari, ma tutte di grande qualità. A partire da Carpineto, che nasce nel 1967 nel piccolo comune di Dudda, all’interno del comune di Greve in Chianti, dalle famiglie Sacchet e Zaccheo, che tuttora la gestiscono. Carpineto coltiva 500 ettari di terreni di proprietà suddivisi tra 5 tenute nelle zone storiche della Toscana: Chianti Classico, Vino Nobile di Montepulciano, Brunello di Montalcino, Alto Valdarno e Maremma.

Abbiamo assaggiato Farnito, annate 1998 e 2019, da uve dei vigneti di Gaville (Cabernet Sauvignon, Alto Valdarno) e Montepulciano. Igt fatto con Sangiovese 70% e Cabernet Sauvignon per il 30%, entrambe le annate mantengono intatte le qualità organolettiche, che si esprimono in spezie, come liquirizia e vaniglia e frutta matura. Il Vino Nobile di Montepulciano Riserva Docg, 2020, da uve Sangiovese, Canaiolo e Colorino, mantiene vigorosa la trama tannica, il colore, i sentori eleganti e il sorso vellutato. Nella versione 1993 il tempo non ha fatto altro che nobilitare una tessitura nobile e di gran carattere. Per questo vino l’azienda fa solo riserva.

La Stradina, un’azienda nata dall’amicizia di cinque ragazzi, che hanno voluto darle il nome della strada dove erano soliti incontrarsi e condividere la vita in un piccolo paese di provincia. Iniziando per gioco, hanno poi preso sul serio fare il vino, nel 2004, quando hanno visto che veniva bene. “Il nostro intento era quello di farlo per continuare a vederci”. Nel 2013 hanno rimodernato la cantina e chiesto la Docg. Uno dei cinque ha studiato enologia e “come enologo lavora solo per noi”. La produzione è di 3000 bottiglie l’anno. Gattinara Docg, Ruset, 2020, dalla zona di San Francesco, nebbiolo in purezza. Assaggiamo solo quest’annata, in cui il vino esprime una sua natura ancora giovane, tannino presente e sentori tipici netti e definiti. Un lungo sorso fresco e lievemente minerale, le note sono fruttate, il corpo pieno. Lineare e intrigante, un vino che non si dimentica.

Salvatore Molettieri, a cui dedicheremo un capitolo a parte. Per adesso sarà sufficiente sapere che nella zona del Taurasi a Montemarano, è stata la prima azienda nel 1983 a distaccarsi dalla grande cantina di conferimento (allora Mastroberardino) e mettersi in proprio, partendo da due botti piuttosto malandate. Oggi si contano circa 13 ettari nell’areale del Taurasi Docg. I cru sono Ischa Piana, Cinque Querce e Renonno. Vigne vecchie e tanto piede franco, per Salvatore, che viene definito il Gigante del Taurasi. Con lui i quattro figli e nell’ombra ma sempre attiva la moglie.

Iniziamo con un ottimo rosato di Aglianico, Irpinia Doc, 2023, dalle note fruttate e tanta freschezza, mentolato, cenni minerali e balsamici, senza rinunciare a una certa vena robusta su un finale che persiste.

Irpinia Aglianico Doc, Cinque Querce, 2021, i profumi sono di ciliegia e marasca mature, le spezie riportano alla liquirizia e il sorso minerale a sentori di grafite.

Taurasi Riserva Docg, Vigna Cinque Querce 2017, fruttato e speziato. Mora, amarena disidratata, liquirizia. Zenzero, pepe bianco. Parte ferrosa. Sorso corposo, pieno, avvolgente. Caratteristica glicerica, tannino robusto.

Infine un ottimo Taurasi Docg Vigna Cinque Querce 2007. Vino maturo, evoluzione di frutta matura, cuoio, tabacco, fragranze eteree. Erbe mediterranee, sottobosco, pepe, cacao amaro. Sorso tannico ed elegante. Molto presente.

Ci spostiamo in Abruzzo per due care realtà che apprezziamo da tempo e che non possiamo mai mancare. Cantina Faraone che porta il Trebbiano d’Abruzzo annate 2024 e 2014. Trebbiano Teramano o Passerina, annata più recente, macerazione a freddo e acciaio. Verticale, acido, pulito, elegante. Dopo dieci anni, la 2014 annata fresca, difficile ma molto riuscita. La Passerina fa una bella evoluzione, al naso è complesso e in bocca la persistenza è davvero bella.

Cerasuolo annate 2024 e 2019. Un vino moderno e molto ricercato. Ai tavoli si beve solo cerasuolo che rappresenta sempre di più la territorialità. Fatto per salasso del Montepulciano, la parte nobile e più zuccherina. Piuttosto alcolico ma senza esuberanza. Su 60mila bottiglie, 30mila sono di Cerasuolo. “Nella nostra enoteca – ci racconta Federico Faraone – lo hanno messo in listino come giacca di jeans perché sta bene con tutto, è molto gastronomico. Puoi giocare con la temperatura di servizio e anche farlo invecchiare”. Nella 2019 diventa un rosso nordico, si abbina agli erborinati. “Entro i 3/4 anni è perfetto”.

Tenuta Cerulli Spinozzi, con Trebbiano D’Abruzzo Doc 2018 e  Cortalto, Pecorino Colli Aprutini Igt, 2019 e 2016 di cui diamo qualche nota. La 2019 si esprime con frutta bianca come mela golden, pesca tabacchiera, susina, albicocca, arriva poi la spinta di pietra focaia e di erbe come salvia e menta. Un vino ricco e appagante. Al gusto una sensazione di cipolla caramellata, una vena glicerica che richiama al frutto. Pulito e persistente in una scia finale di agrume. La 2016 evidenzia le note agrumate di cedro e scorza di limone, in bocca secco e morbido, spiazza per una sapidità ancor più ricca e intensa.

Saliamo in Alto Adige, sopra Merano, per affondare il naso nel Pinot Nero, uno delle eccellenze nazionali. Con Plonerhof assaggiamo le riserve di Pinot nero e anche la Cuvée Blanc. Annata 2022 di Pinot Nero, ancora non in commercio, è un’anteprima che uscirà in primavera. A seguire la 2018 e la 2015. “Abbiamo piantato Pinot Nero anche se è molto difficile. Ne abbiamo 172 biotipi di cloni diversi, la terza collezione più grande d’Europa. In vendemmia i cloni hanno maturazioni diverse, e i filari chiedono costante attenzione. Poi si vinifica tutto insieme. Nella Riserva ci sono i venti cloni migliori, scegliamo i grappoli più piccoli”. I terreni sono ricchi di ardesia, granito, sabbie e gneis. Un vino eccellente in tutte le annate, con una capacità evolutiva che anche dopo dieci anni mantiene intatti sentori e profumi e soprattutto una mineralità che spinge al sorso e non stanca. La cuvèe blanc comprende Sauvignon, Riesling renano e Pinot Bianco. Al naso è molto profumato e in bocca elegante, con frutto e una vena fresca che gli dona molto equilibrio.

Un  breve passaggio in provincia di Grosseto con Morisfarms. Ansonica in versione 2024 e 2021. Freschezza e tensione nel sorso, colore brillante, gusto pieno. Molto minerale e tendente a note di grafite, pietra focaia, sasso, pomice, polvere.

Terminiamo con l’azienda Gini, azienda storica del Soave, viticoltori dal 1570, quindici generazioni. Documenti del 1700 già nominano il cru di Salvarenza, il più importante in produzione, insieme a La Froscà. “Abbiamo mantenuto le vigne vecchie e non abbiamo mai piantato vigneti nuovi di Garganega. Da un minimo di 60 anni fino a 140, anche pre-fillossera. Il terreno vulcanico ha permesso grande resistenza alle malattie – ci racconta Claudio Gini”.  Il Soave qui è fine, elegante, 35 ettari dedicati e poi altri 35 nella zona di Valpolicella e Monti Lessini, dove si fanno Durello e il Pinot Nero Campo alle More, preso negli anni ’80 per fare un vino importante, in alta collina (600 mt). “La Garganega è un’uva ottima per queste nuove temperatura, la maturazione è tardiva, fino a novembre e mantiene note intatte. Si abbina bene a tanti cibi ed è molto fine. Anche il rapporto qualità prezzo è notevole”. Soave sta pian piano risollevandosi da un periodo buio, “non lo abbiamo mai abbandonato anche in momento quando nessuno lo voleva. Il territorio merita molto e i vigneti sono ancora con la pergoletta veronese e che noi non abbiamo mai espiantato, perché adesso contro il caldo è un sistema ideale”.

 

 

Susanna Schivardi
Filologa non pentita, ho trascorso anni a studiare testi classici prima di laurearmi in lettere antiche. Lettrice instancabile e amante di tutto ciò che è bello e buono, ho deciso di seguire un’altra passione: l’enogastronomia. Dopo una giovinezza tra bottiglie importanti e ottima cucina, ho scelto di trasformare quell’interesse in un percorso professionale. Scrivo da quando avevo vent’anni, spaziando tra arte, costume, politica e cultura, e nel 2024 sono diventata giornalista professionista. Da buona filologa, non smetto mai di approfondire: oggi frequento il corso per sommelier FIS a Roma e continuo a viaggiare per l’Italia alla ricerca di cantine con storie da raccontare e chef capaci di innovare con gusto. Racconto vino e cibo con curiosità e passione, per chi li ama e per chi vuole scoprirli meglio. Evito volentieri i tecnicismi, convinta che la semplicità sia il cuore della comunicazione. Il mio motto? Parlare meno, bere e assaggiare di più.

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