L’Italia dei vini bianchi, identità e territorio nel calice

Il vino bianco sta vivendo un suo momento di gloria, sorpassando in vendite e preferenze i rossi. Lo dicono tutte le statistiche e le tendenze sono quelle che vanno verso vini agili, immediati, freschi e di pronta bevibilità.

Che vuol dire? Il pubblico vuole bere con leggerezza, accompagnare una serata o un pasto veloce anche con il vino ma senza troppo impegno. Il vino rosso mantiene una sua nicchia forte di interesse difficile da scalfire, la qualità è innegabile. Ma in alcuni casi, i giovani che si avvicinano alla produzione vinicola con tutte le sue sfumature e complessità, vogliono assaggiare senza complicazioni.

©Juanda Lovo
Vino bianco ©Juanda Lovo

 

 

Una breve panoramica.

Le zone bianchiste in Italia sono tante e tutte con proprie caratteristiche immediatamente riconoscibili. Da poco si è concluso un grande evento dedicato ai vini del Consorzio Collio (Collio Evolution dal 25 al 27 ottobre a Cormons e Gorizia), celebrando la varietà Friulano, perfetto traduttore del territorio, che molti conoscono ma che troppi non legano subito al luogo dove viene prodotto. Ci troviamo in Friuli, al confine con la Slovenia, dove la marca minerale è impronta che lega quasi tutta la produzione, rendendo i vini bianchi capaci di immediatezza ma anche di longevità. Il legame col territorio è obiettivo principale del Consorzio Collio che da anni lavora per fidelizzare un’ampia fetta di consumatori. Cura all’accoglienza e alle strutture per attirare sempre più appassionati.

Un assaggio.

Collio DOC Friulano 2023 – Cantina Formentini. Fresco e minerale, teso e asciutto, molto sapido. Le note sono mentolate, a tratti smaltate, con spunti floreali. Un ingresso al palato teso e vibrante per un finale netto e ben definito. Vino ottimo da abbinare a un pasto semplice.

A Roma dal Piemonte arriva uno dei bianchi di eccellenza di questa regione, il Timorasso. Lo fa con un bellissimo evento Derthona on tour, dedicato alla denominazione Colli Tortonesi (ricordiamo che Derthona è il nome della futura sottozona in attesa di riconoscimento) da anni bandiera di un vino bianco complesso, molto minerale, ampio, fatto con uve figlie di zone vulcaniche. Da una terra dove si è abituati ad apprezzare tante varietà di rossi dal Barolo alla Barbera, questo è un vino che cavalca l’onda della contemporaneità.

Gian Paolo Repetto ©Juanda Lovo

 

Il presidente del Consorzio, Gian Paolo Repetto, anche titolare della cantina Repetto conferma “siamo in una fase molto positiva, stiamo crescendo nonostante l’andamento del mercato. Per il Derthona è il momento più bello di sempre. Dal 2015, anno di nascita del Consorzio, ad oggi siamo passati da 35 aziende a 117, gli ettari vitati da meno di 100 a 500, siamo presenti in Italia in una fascia medio alta della ristorazione e in tanti paesi dove si beve di qualità”.

I vini Derthona arrivano in Australia, Giappone, Corea, meno in Cina, tutta Europa, molto in Scandinavia, in Francia la presenza è significativa, Londra. Stati Uniti sulle due coste, Colorado, Michigan, Texas, Florida, California. “I dazi non hanno inciso veramente – dice Repetto – i nostri volumi sono posizionati bene. Solo all’inizio c’è stata un’incertezza nelle spedizioni”. Il rapporto qualità-prezzo è ottimo. “Ha una capacità di invecchiamento che aumenta in qualità e si combina con un’ampia scelta di food. Un vino richiesto nella ristorazione che si beve volentieri al posto del rosso”.

Il Timorasso come si comporta?

“La varietà è resistente al caldo. L’acidità sempre molto alta e il ph basso rendono i risultati eccellenti anche di fronte ai cambiamenti climatici. Soffre le scottature, quindi va gestita la parete fogliare per evitare il problema, ma sicuramente è un vitigno che ha beneficiato dal caldo perché soffriva molto la botrite dovuta all’umidità. Parliamo di un vitigno molto contemporaneo”.

Un assaggio.

Lacrime del Bricco, Colli Tortonesi Doc Timorasso Derthona 2022, Vigneti Giacomo Boveri. Da una filosofia di semplicità e pulizia in cantina, limitato uso del legno e attesa in bottiglia. Naso pungente, sapido, corredato di note piriche, pietra focaia.  Si affacciano incenso, salsedine, timo e rosmarino, termina con sentori agrumati, scorza di arancia, cedro. Al sorso, sapido, pizzica il palato ed è ben bilanciato dalla parte morbida. Strutturato e molto lungo.

Sulla linea dei bianchi e della loro versatilità anche Massimo Corrado, forte della sua pluriennale competenza e presidente dell’associazione Go Wine di Alba. Presente a Roma da almeno dieci anni, il mese scorso ha organizzato Tutti i colori del bianco, evento dedicato a una serie di aziende ed etichette che ci hanno raccontato territori e varietà, sotto un unico colore, il bianco.

“Il mercato è cresciuto perché c’è maggiore consapevolezza sulla biodiversità dei bianchi. Nel senso che il bianco può esprimere e raccontare storie come fa un rosso. Il tema della longevità è un dono per i rossi mentre per i bianchi era appannaggio di alcuni territori ma che sempre di più le denominazioni hanno confermato”.

Il bianco oggi rientra bene in questa fase. Il tema del clima influisce, fa caldo e più a lungo. Il rosso adesso entra in crisi perché si confronta con alcol e struttura. “Erano gli anni ’90 – ci racconta Massimo di Go Wine – quando i bianchi si interrogavano su dove andare mentre i rossi esplodevano. I grandi bianchisti in difficoltà sono stati aiutati da una valida idea di fondo, ossia lavorare bene sulle varietà e valorizzare il patrimonio. Poi con affinamenti come legno, anfora o cemento nascono soluzioni intriganti”.

Le scelte di nicchia?

“Anche le varietà rare meritano di essere riscoperte, grazie a un patrimonio ampelografico enorme. Quando parliamo di vino in generale, dobbiamo pensare di raggiungere una platea molto più ampia come i curiosi ma anche i distratti, che possono diventare più consapevoli attraverso chiavi di lettura accattivanti”.

Qualche assaggio.

I vini di Emilio Bulfon, azienda in provincia di Udine, vicino a San Daniele in Friuli. Coltiva varietà rare, tutte presenti nel registro nazionale e riscoperte nel 1964 dal papà di Emilio, quando in Friuli vi erano ben 200 varietà autoctone. Tutti vini sono Igp. Acciaio, legno e ceramica i contenitori di affinamento scelti.

Cividin, Tre Venezie Igp, 2023. Da uve autoctone molto rare, un tempo coltivate anche a 1300 metri per la straordinaria resistenza. Lavorato in acciaio in modo molto contemporaneo, spicca per le note erbacee, speziate, corredate da grande freschezza e spinta minerale. Profumo floreale, sentori di fieno, fiori di campo e tiglio. Al palato è puro e intenso, con note di pompelmo rosa e china, sostenuto da una trama compatta.

Scarpe Toste Unplugged, Gewurtztraminer Cantina Le Macchie, 2024. Azienda in provincia di Rieti, che consideriamo un’eccezione del territorio, nata nel 2009 dalla volontà del titolare Antonio di Carlo. Da selezione dei grappoli migliori, un orange wine (macerato) che fa 21 giorni di contatto con le bucce, con fermentazione spontanea. La vendemmia è tardiva, ne risulta un vino ricco di sostanze e profumi. Al naso somiglia a un passito ma senza zuccheri residui. La freschezza è data da uno stress dei lieviti che genera acido succinico capace di cedere molta sapidità. Equilibrio ottimo e beva molto piacevole. Vino che rompe gli schemi.

Villa Simone, azienda agricola di Frascati. Su 24 ettari vitati, 5 sono in reimpianto. La Malvasia del Lazio è protagonista, Bellone, Bombino e Trebbian giallo presenti per il Frascati. Cesanese e Nero Buono per i rossi. Assaggiamo Frascati doc 2024, 60% Malvasia del Lazio e il resto Trebbiano. Rese molto limitate, da terreni bassi con buone acidità. Frascati Superiore Villa dei Preti 2024, da uve coltivate a Monte Porzio Catone, intorno alla cantina, su 320 metri s.l.m. circa. Zona ottima in una vallata fresca e ventilata, poco esposta al calore intenso.  80% di Malvasia del Lazio, il resto Malvasia di Candia e Bellone e Bombino. Un vino elettrico, vibrante, vivissimo. Grande eleganza e sorso schietto.

Susanna Schivardi
Filologa non pentita, ho trascorso anni a studiare testi classici prima di laurearmi in lettere antiche. Lettrice instancabile e amante di tutto ciò che è bello e buono, ho deciso di seguire un’altra passione: l’enogastronomia. Dopo una giovinezza tra bottiglie importanti e ottima cucina, ho scelto di trasformare quell’interesse in un percorso professionale. Scrivo da quando avevo vent’anni, spaziando tra arte, costume, politica e cultura, e nel 2024 sono diventata giornalista professionista. Da buona filologa, non smetto mai di approfondire: oggi frequento il corso per sommelier FIS a Roma e continuo a viaggiare per l’Italia alla ricerca di cantine con storie da raccontare e chef capaci di innovare con gusto. Racconto vino e cibo con curiosità e passione, per chi li ama e per chi vuole scoprirli meglio. Evito volentieri i tecnicismi, convinta che la semplicità sia il cuore della comunicazione. Il mio motto? Parlare meno, bere e assaggiare di più.

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