Un pomeriggio di metà settembre, tra vigne, alberi e il caldo ancora forte dell’estate. All’Orto Botanico di Roma la vendemmia è diventata un’occasione di incontro e condivisione tra biodiversità, vino e lavoro artigianale.
L’Orto Botanico è sempre un mondo a parte, anche quando si trova nel cuore di una città. Basta varcare il cancello per entrare in un tempo diverso, più lento, fatto profumi e suoni.
Il percorso guidato è iniziato sotto la grande magnolia, vicino alla Serra Francese, insieme a Claudio Scintu, collaboratore dell’Orto e dell’Università La Sapienza, che ha introdotto il tema del verde-benessere e dello shinrin-yoku, il “bagno nel bosco” giapponese: una pratica consapevole che invita a immergersi nella natura attraverso tutti e cinque i sensi.
Rallentare il passo, respirare, ascoltare. Lasciarsi guidare dai profumi, dai suoni, dalla luce. Anche un Orto Botanico nel centro di Roma può diventare, in qualche modo, un bosco “remoto”, capace di riportare l’attenzione su ciò che spesso attraversiamo senza percepirlo fino in fondo.
Ci siamo spostati cercando l’ombra delle fronde dei grandi alberi, e subito ho notato quelli che vengono chiamati alberi “madre”: alberi più anziani che, normalmente, all’interno di un bosco o di una foresta hanno più spazio intorno e fungono da centro di smistamento per la comunicazione sotterranea e aerea, contribuendo all’equilibrio nutritivo e al sostegno dell’ecosistema che li circonda.
Tra le curiosità raccontate, una a cui non avevo mai pensato: che gli odori del bosco si sviluppano maggiormente nelle due ore successive alla pioggia. Fateci caso…
155 CULTIVAR, UN’UNICA VIGNA
Dal verde siamo passati al vino. Il momento centrale della giornata all’Orto Botanico è stata la raccolta dell’uva, a cui hanno partecipato studenti, famiglie, appassionati di natura e di vino. L’uva è stata poi portata per la lavorazione e l’imbottigliamento presso l’azienda vinicola Federici di Zagarolo, che collabora con l’Orto Botanico e l’Università La Sapienza.
Il pomeriggio, invece, è stato dedicato all’assaggio dei due vini “Somma Sapienza” – nome che ho trovato particolarmente adeguato – bianco e rosso, prodotti con le uve raccolte l’anno precedente nel Vigneto Italia.
Luca Maroni – tra i fondatori del progetto – ha raccontato a una platea attenta e curiosa la nascita del Vigneto Italia, impiantato nel 2018 e condotto con tecniche di agronomia biodinamica, e la scelta della data “mediana” per la vendemmia, individuata intorno al 15 settembre in relazione alla maturazione delle diverse uve, accompagnando la spiegazione con esempi “sensoriali” sulle caratteristiche che un vino dovrebbe avere.
La caratteristica che arriva prima al naso è il profumo del vino: ci sono profumi – ha raccontato – che si sviluppano maggiormente quando esiste una buona escursione termica tra giorno e notte, condizione sempre più rara negli ultimi anni. E ne sappiamo qualcosa…
Altra caratteristica importante è la consistenza (e qui siamo stati invitati a percepire il vino fisicamente, con le papille gustative e la persistenza in bocca): un vino deve essere ricco, viscoso e nella ricchezza deve trovare equilibrio.
Tutto deve essere però sostenuto da una condizione fondamentale: l’integrità, ossia la purezza, la fragranza e il rispetto del sapore originario del frutto, l’uva, che deve arrivare al palato intatto, pulito e privo di alterazioni.
Sono 155 cultivar questi presenti all’Orto Botanico che raccontano la biodiversità della vite italiana: vitigni autoctoni rappresentativi di tutte le 20 regioni, con due piante per ciascuna varietà, messe una accanto all’altra tra i boschetti di bambù che incorniciano la vigna.
La produzione è limitata a 600 bottiglie l’anno, in un inconsueto formato da mezzo litro, 300 bianche e 300 rosse, non destinate alla vendita (peccato!). Il bianco nasce dal blend di 79 varietà a bacca bianca, il rosso da 76 varietà a bacca rossa – che Luca Maroni ha elencato vitigno per vitigno.
Nei due vini Somma Sapienza ho ritrovato effettivamente una sensazione di varietà, quasi un viaggio attraverso le diverse regioni italiane. È veramente particolare come tante uve, tante identità e caratteristiche diverse riescano a convivere e diventare qualcosa di nuovo.
Un esperimento che Luca Maroni ha definito una vera e propria prova di “convivenza”. «Come dovrebbe essere tra gli uomini», ha aggiunto. Un concetto che – vista la grande affluenza – dà anche un senso più ampio alla giornata.
DALLA VIGNA ALLA PIZZICA
Dopo gli assaggi di vino è arrivata la “pizzica”, con fisarmonica, tamburo e danza. Qualche parola sul luogo d’origine – ha raccontato il musicista – verranno suonate le note di una pizzica che proviene dalle comunità Arbëreshë italo-albanesi di San Marzano di San Giuseppe, in provincia di Taranto.
E poi tutti a ballare: grandi e piccoli con le braccia alzate come ali di gabbiano e i piedi che devono sfiorare il suolo. Davanti a quel ritmo non sono proprio riuscita a trattenermi – memore della tarantella che ballavo da piccola nel paese di origine materna – e ho accennato qualche passo anch’io…
IL VINO INCONTRA LE ERBE
Dal vino alla danza, dalle erbe alle tradizioni. Nel laboratorio dell’Accademia delle Arti Erboristiche abbiamo sperimentato un’altra applicazione della natura: l’enolito di elicriso, una pratica antica e artigianale che utilizza il vino come base per estrarre le proprietà della pianta. L’elicriso è tipico della macchia mediterranea e caratterizzato da un profumo intenso (dicono di liquirizia, so solo che lo si riconosce lontano un miglio); è noto per le sue proprietà lenitive.
La preparazione mostrata durante il laboratorio è semplice, anche da rifare: i fiori e la parte più alta della pianta, raccolti all’inizio dell’estate e lasciati essiccare, vengono leggermente pestati e messi a macerare nel vino bianco per alcuni giorni (proporzioni: 200ml vino bianco, 10 gr elicriso).
Ovviamente ho provato anch’io a farlo nel laboratorio all’Orto: ora ho a casa il barattolo con il preparato e sono proprio curiosa di assaggiarlo.

IL PANE, LA TERRA E L’IMPERFEZIONE
Dopo il momento botanico è arrivato quello del forno. Oreste, del forno Molinari di Frascati, attivo dal 1920 e capostipite dell’azienda di famiglia Poggio degli Ulivi, ha riportato il racconto alla terra delle colate laviche dei vulcani laziali, dove molte aziende del territorio coltivano le proprie vigne.
Ci ha fatto assaggiare il pandolce di Vendemmia, preparato in versione artigianale seguendo l’antica ricetta della nonna che utilizzava il mosto, che può sostituire una parte dello zucchero nell’impasto e, ho scoperto, può anche essere surgelato.
Nel suo racconto il signor Oreste è tornato più volte sull’importanza della lavorazione con le mani. Un impasto non è soltanto una ricetta: ha bisogno del calore, del tocco, della sensibilità di chi lo lavora. Le mani modificano, percepiscono, aggiustano. E fanno sì che il risultato non sia mai perfettamente uguale al precedente.
È qui che è nata una considerazione che vale, forse, per tutte le arti e i lavori artigianali: l’imperfezione è una ricchezza, perché lascia spazio alla sorpresa.
LA RICCHEZZA DELLE DIFFERENZE
Biodiversità delle cultivar, convivenza dei vitigni nel “Somma Sapienza”, elicriso, pizzica, pane fatto a mano. Esperienze molto diverse, legate da un filo comune: l’utilizzo di materie prime di qualità, processi quanto più possibile artigianali, valorizzazione delle differenze e apertura verso ciò che non può essere completamente programmato.
Prima di andare via, nel percorso tra il vigneto e la fontana, ho notato un grande albero con appesi tanti biglietti colorati di rosa. Ho pensato a Tanabata, la festa giapponese (intorno al 7 luglio), delle stelle innamorate quando desideri e pensieri vengono affidati agli alberi attraverso foglietti scritti a mano.
Mi sono fermata a leggerne alcuni. Tra le parole che ho visto più spesso c’era “PACE” e “PEACE”. Un biglietto mi ha colpito più degli altri: “L’amore è tutto ciò che rende vivi.”
Dalla calligrafia sembrava scritto da un ragazzo, o da una ragazza, adolescente. L’ho fotografato. In qualche modo, mi è sembrato il messaggio finale di questa giornata fatta di incontri molto diversi, uniti da un filo comune: la natura, il vino, il lavoro delle mani, le tradizioni, il racconto…
Ho pensato alle 155 cultivar del Vigneto Italia, a tante vite/viti che crescono una accanto all’altra. Forse l’essenza della “convivenza” di cui si è parlato davanti a uno (due in realtà) bicchieri di Somma Sapienza sta proprio in questo: attenzione per il prossimo e passione per ciò che si fa, valorizzando le differenze per dare forma a qualcosa di nuovo.
A firma di Maria Luisa Acierno
VERY WINE CONFIDENTIAL!






















